O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!
Forse perchè della fatal quiete
tu sei l'immago, a me si cara vieni,
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,
e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all'universo meni,
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.
Alta è la notte, ed in profonda calma
dorme il mondo sepolto, ed in un con esso
par la procella del mio cor sopita.
Io balzo fuori delle piume, e guardo;
e traverso alle nubi, che del vento
squarcia e sospinge l'iracondo soffio,
veggo del ciel per gl'interrotti campi
qua e lè deserte scintillar le stelle.
Oh vaghe stelle! e voi cadrete adunque,
e verrè tempo che da voi l'Eterno
ritiri il guardo, e tanti Soli estingua?
E tu pur anche coll'infranto carro
rovesciato cadrai, tardo Boote,
tu degli artici lumi il più gentile?
Deh, perchè mai la fronte or mi discopri,
e la beata notte mi rimembri,
che al casto fianco dell'amica assiso
a'suoi begli occhi t'insegnai col dito!
Oh rimembranze! oh dolci istanti! io dunque,
dunque io per sempre v'ho perduti, e vivo?
e questa è la calma di pensier? Son questi
gli addormentati affetti? Ahi, mi deluse
della notte il silenzio, e della muta
mesta Natura il tenebroso aspetto!
Gia' di nuovo a suonar l'aura comincia
de' miei sospiri, ed in più larga vena
già mi ritorna su le ciglia il pianto.
Leggi BANDA MUNICIPALE ScaricaGiuseppe Antonio Borgese
BANDA MUNICIPALE Giuseppe Antonio Borgese
Ho della mia cittadina natale, al centro della Sicilia, dove trascorsi la mia fanciullezza e poi la mia adolescenza, dei ricordi vaghi, ma alcuni mi rimangono come impressioni fotografiche, come impressioni istantanee, e questi sono lucidissimi.
Sento persino le voci delle persone, le immagini, le quali si muovono nette, come se le vedessi davanti.
Due o tre volte alla settimana, nella piazza principale della cittadina, era preparato il palco della musica municipale, segno che la sera si eseguiva un programma musicale, se era d'estate s'intende, durante l'inverso la musica si eseguiva di giorno, se non pioveva.
Ma le sere d'estate, era una festa!
Le quattro strade che mettevano nella piazza erano già gremite di gente ancor prima che cominciasse il concerto.
Si vedevano allora persone che non si incontravano di solito; erano abitanti dei quartieri più bassi della cittadina che d'ordinario non venivano al centro perchè non ne avevano ragione.
Le donne vestite dei colori sgargianti, gli uomini che le accompagnavano con l'abito festivo e un garofano all'occhiello. Gente del popolo, che raramente si avvicinava a sedere da "Romanes", il quale apriva bottega di Caffè proprio sulla piazza, e le sere in cui c'era musica, avanzava i suoi tavolini dal marciapiede davanti ai negozi, fin quasi in mezzo alla piazza, dove i signori venivano a sedere per sorbire i gelati.
Romanes era in grande agitazione, correva, nonostante la sua obesità, da un punto all'altro e riconoscendo i signori clienti che giungevano si dava a gridare "buona sera signor Cavaliere e famiglia, pronto per lei, ecco un tavolino che fa per lei. Pietro, servi il cavaliere", finiva volgendosi ad uno dei camerieri, che premurosi correvano di qua e di là.
Romanes poi si volgeva dall'altro lato. "Buona sera signor Marchese, pronto anche per lei. Ecco il tavolino preparato per lei. Cassata, fragola, schiumone. Abbiamo gelati di ogni genere stasera signor Marchese".
Ma non finiva che doveva rivolgersi altrove. "Buona sera signor Barone, ecco il tavolino preparato per lei e la sua rispettabile famiglia. Cassata, fragola, schiumone".
In guantiere lucenti venivano serviti i gelati, e allora seguiva un acciottolato di piattini e di cucchiaini.
Poi da una delle strade laterali sbucava la banda, in grande uniforme con i pennacchi bianchi sul cappello, e già scrosciava un grande applauso.
Poco dopo si iniziava il programma; Verdi, Bellini, Donizetti, motivi arci noti ma che destavano sempre l'entusiasmo della folla, che allora non passeggiava più e nel più perfetto silenzio si assiepava intorno al palco musicale e alla fine scoppiava nel più irrefrenabile applauso.
Talvolta, raramente davvero, nei programmi era comparso Wagner.
Eh, per Wagner era altra questione. Al Caffè Romanes persino i signori cominciavano a discutere Wagner. Per gli uni non significava nulla, non era musica erano rumori, per gli altri era un raffinato musicista che aveva superato tutti. Tutti, senza eccezioni.
E mentre si discuteva nessuno stava a sentire.
Ed ecco una sera, era in programma un brano di Wagner, "La cavalcata delle valchirie", e da principio la cavalcata andò benissimo, ma giunti all'apice del motivo, lo strumento che doveva portare in alto il tono della cavalcata, mancò, non si fece udire.
Il direttore sospese subito la musica e cominciò ad urlare: "De Francesco, De Francesco". De Francesco era il musicante che aveva mancato e personalmente non si trovò.
"Ma che cosa è successo?"
E' venuto un ragazzo a dirgli qualcosa e De Francesco è scappato via - risposero al maestro gli altri musicisti.
D'un tratto si vide comparire De Francesco tutto trafelato e il maestro lo investì: "Ma De Francesco, ti puoi considerare come licenziato, ma che maniera è lasciare la banda così!"
"E che vuole, signor direttore - rispose De Francesco - non avevo nemmeno il tempo di domandarle permesso. Mia moglie, con le doglie. Ci sono stato, e ho trovato un bambino già bell'è nato. Tutto bene signor direttore, ora posso suonare la cavalcata delle valchirie."
E la cavalcata delle valchirie ricomincio. Questa volta, saputosi in giro l'accaduto, Wagner fu applaudito calorosamente!
E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento . . .
È l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
Navigheremo di conserva, ma intanto quelli che montarono sul Piemonte furono più fortunati. Hanno Garibaldi. I due legni si chiamano Piemonte e Lombardo; e con questi nomi di due province libere, navighiamo a portare la libertà alle province schiave.
Noi del Lombardo siamo un bel numero. Se ce ne sono tanti sul Piemonte, arriveremo al migliaio. Chi potesse vedere nel cuore di tutti, ciò che sa ognuno della nostra impresa e della Sicilia! A nominarla, sento un mondo nell'antichità. Quei Siracusani che, solo a sentirli cantare i cori greci, mandarono liberi i prigionieri di Nicia, mi parvero sempre una delle più grandi gentilezze che siano state sulla terra. Quel che oggi sia l'isola non lo so. La vedo laggiù in una profondità misteriosa e sola. E Trapani?
Mi vibrano bene nella mente, in questi momenti, le parole di quel volontario che fu in Crimea. "Appoggiammo a Trapani, raccolta laggiù su d'una punta squallida, città colma di mestizia fin sopra i tetti. Venivano, sulle barche, dei poveri straccioni a venderci frutta, girando stupefatti attorno alla nostra nave. - Che cosa siete? ci chiedevano.
"Piemontesi.
"E dove andate?
"In Crimea, alla guerra.
"In Crimea, alla guerra!" ripetevano chinando il capo, e se ne andavano pieni di compassione.
Vedremo Palermo?
Ricordo più dolce, mio padre narrava che l'anno della fame, 1818, essendo egli fanciullo, la gente si nutriva di certe mandorle grosse come un pollice, portate di lontano... di lontano... dalla Sicilia. - E che cosa è la Sicilia? - domandavamo noi fanciulli. E lui: - Una terra che brucia in mezzo al mare.
Nell'anno 1857, l'anno di Pisacane, su per le colonne di via Po in Torino, lessi scritto col carbone: "Sicilia è insorta, all'armi, fratelli". Chi sa da qual mano furono scritte quelle parole? E se le scrisse un esule come sarà felice se per avventura è con noi.
Genova nelle ore supreme fu ammirabile. Nessun chiasso: silenzio, raccoglimento e consenso. Alla Porta Pila, v'erano delle donne del popolo che, a vederci passare, piangevano. Di là a Quarto, di tanto in tanto, un po' di folla muta. A pie della collina d'Albaro alzai gli occhi, per vedere ancora una volta la Villa, dove Byron stette gli ultimi giorni, prima di partire per la Grecia. Se vivesse, sarebbe là sul Piemonte, a fianco di Garibaldi inspiratore.
- Questo villaggio è Quarto? - Sì. - Dov'è la villa Spinola? - Più avanti.
Tirai avanti. Ecco la villa.
Biancheggiava una casina di là da un gran cancello, in un bosco oscuro, nella cui profondità, pei viali, si movevano uomini affaccendati. Dinanzi, sullo stradale che ha il mare lì sotto, v'era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: Eccolo! No, non ancora! Invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva al mare, o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti; era Lui!
Attraversò la strada e per un vano del muricciolo rimpetto al cancello della villa, seguito da pochi, discese franco giù per gli scogli. Allora cominciarono i commiati. Ed io che non aveva lì nessuno, mi sentii negli occhi le lagrime. Avviandomi per discendere, mi abbattei in Dapino, mio condiscepolo di sei anni or sono. Aveva la carabina sulla spalla. Fui lì per abbracciarlo; ma gli vidi a fianco suo padre e un suo fratello, e mi cadde l'animo. Temei d'assistere ad una scena dolorosa, perché mi pareva che quel padre, che io so tanto amoroso, fosse venuto per trattenere il figliuolo; e due passi più sotto v'erano le barche, e una turba silenziosa come di ombre sfilava giù in quel fondo. Invece ecco il padre e il fratello abbracciare l'amico mio, e... mi si fa un nodo alla gola.
Qui accanto dicono d'un altro che non conosco. Sono Veneti, giovani belli e di maniere signorili.
- Sapete che la madre di Luzzatto venne a cercarlo?
- Da Udine?
- No da Milano, non so. Corse di qua, di là, da Genova alla Foce, dalla Foce a Quarto, chiedendo, pregando e tanto fece che lo trovò.
- E lui?
- E lui la supplicò di non dirgli di tornare indietro; perché sarebbe partito lo stesso, col rimorso d'averla disobbedita.
- E la mamma?
- Se n'andò sola.
Mi si era fitto in mente che questo capitano del Lombardo fosse un Francese. L'aria, gli atti, il tono suo di comandare, lo mostrano uomo che in sè ne ha per dieci. A capo scoperto, scamiciato, iracondo, sta sul castello come schiacciasse un nemico. L'occhio fulmina per tutto. Si vede che sa far di tutto da sè. Forse in mezzo all'oceano, abbandonato su questa nave, lui solo, basterebbe a cavarsela. Il suo profilo taglia come una sciabolata; se aggrotta le ciglia, ognuno cerca di farsi piccino; visto di fronte non si regge al suo sguardo. Eppure, a tratti, gli si esprime in faccia una grande bontà. Che capriccio fu quello di chiamarlo Nino? - Bixio! Ecco il nome che gli sta! Almeno rende qualcosa come un guizzo di folgore.
Si fa notte: il Piemonte tira innanzi più veloce di noi. A quest'ora in casa mia si accende un lume, torna mio padre da fuori, la cena fuma sulla mensa; ma la famiglia tarda a sedersi... qualcuno manca.
Leggi IN VETTURA PER PALERMO ScaricaG. Tomasi di Lampedusa
IN VETTURA PER PALERMO G. Tomasi di Lampedusa
Non era ancora notte e incassata fra le alte mura la strada si dilungava bianchissima. Appena usciti dalla proprietà Salina si scorgeva a sinistra la villa semidiruta dei Falconeri appartenente a Tancredi, suo nipote e pupillo. Un padre scialacquatore, marito della sorella del Principe, aveva dissipato tutta la sostanza ed era poi morto. Era stata una di quelle rovine totali durante le quali si fanno fondere financo i fili d'argento dei galloni delle livree; ed alla morte della madre il Re aveva affidato la tutela dell'orfano allora quattordicenne allo zio Salina. Il ragazzo, prima quasi ignoto, era divenuto carissimo all'irritabile Principe che scorgeva in lui un'allegria riottosa, un temperamento frivolo a tratti contradetto da improvvise crisi di serietà. Senza confessarlo a sé stesso, avrebbe preferito aver lui come primogenito anziché quel buon babbeo di Paolo. Adesso a ventun'anni Tancredi si dava bel tempo con i quattrini che il tutore non gli lesinava rimettendoci anche di tasca propria. "Quel ragazzaccio chissà cosa sta combinando per ora" pensava il Principe mentre si rasentava villa Falconeri cui l'enorme bougainvillea che faceva straripare oltre il cancello le proprie cascate di seta episcopale conferiva nell'oscurità un aspetto abusivo di fasto.
"Brutti tempi, Eccellenza." La voce di padre Pirrone risuonò come un'eco dei suoi pensieri. Compresso in un cantuccio del coupé, premuto dalla massa del Principe, piegato dalla prepotenza del Principe, il Gesuita soffriva nel corpo e nella coscienza e, uomo non mediocre qual era, trasferiva subito le proprie pene effimere nel mondo durevole della storia. "Guardi, Eccellenza" e additava i monti scoscesi della Conca d'Oro ancor chiari in quelst'ultimo crepuscolo. Ai loro fianchi e sulle cime ardevano diecine di fuochi, i falò che le "squadre" ribelli accendevano ogni notte, silenziosa minaccia alla città regia e conventuale. Sembravano quelle luci che si vedono ardere nelle camere degli ammalati gravi durante le estreme nottate.
"Vedo, Padre, vedo" e pensava che forse Tancredi era attorno a uno di quei fuochi malvagi ad attizzare con le mani aristocratiche la brace che ardeva appunto per svalutare le mani di quella sorta. "Veramente sono un bel tutore, col pupillo che fa qualsiasi sciocchezza gli passi per la testa."
La strada adesso era in leggera discesa e si vedeva Palermo vicina completamente al buio. Le sue case basse e serrate erano oppresse dalla smisurata mole dei conventi; di questi ve ne erano decine, tutti immani, spesso associati in gruppi di due o di tre, conventi di uomini e di donne, conventi ricchi conventi poveri, conventi nobili e conventi plebei, conventi di Gesuiti, di Benedettini, di Francescani, di Cappuccini, di carmelitani, di Liguorini, di Agostiniani... Smunte cupole alle curve incerte simili a seni svuotati di latte si alzavano ancora più in alto, ma erano essi, i conventi, a conferire alla città la cupezza sua e il suo carattere, il suo decoro e insieme il senso di morte che neppure la frenetica luce siciliana riusciva mai a disperdere. A quell'ora, poi, a notte quasi fatta, essi erano i despoti del panorama. Ed era contro di essi che in realtà erano accesi i fuochi delle montagne, attizzati del resto da uomini assai simili a quelli che nei conventi vivevano, fanatici come essi, chiusi come essi, come essi avidi di potere, cioè, com'è l'uso, di ozio.
Questo pensava il Principe, mentre i bai procedevano al passo nella discesa; pensieri in contrasto con la sua essenza veritiera, partoriti dall'ansia sulla sorte di Tancredi e dallo stimolo sensuale che lo induceva a rivoltarsi contro le costrizioni che conventi incarnavano.
Adesso infatti la strada attraversava gli aranceti in fiore e l'aroma nuziale delle zagare annullava ogni cosa come il plenilunio annulla un paesaggio: l'odore dei cavalli sudati, l'odore di cuoio delle imbottiture, l'odor di Principe e l'odor li Gesuita, tutto era cancellato da quel profumo islamico che evocava urì e carnali oltretomba.
Padre Pirrone ne fu commosso anche lui. "Che bel paese sarebbe questo, Eccellenza, se..." "Se non vi fossero tanti Gesuiti" pensò il Principe che dalla voce del prete aveva avuto interrotti presagi dolcissimi. E subito si pentì della villanìa non consumata e con la grossa mano batté sul tricorno del vecchio amico.
All'ingresso dei sobborghi della città, a villa Airoldi, una pattuglia fermò la vettura. Voci pugliesi, voci napoletane intimarono l'"alt," smisurate baionette balenarono sotto l'oscillante luce di una lanterna; ma un sottufficiale riconobbe presto il Principe che se ne stava con la tuba sulle ginocchia. "Scusate, Eccellenza, passate." E anzi fece salire a cassetta un soldato perché non venisse disturbato dagli altri posti di blocco. Il coupé appesantito andò più lento, contornò villa Ranchibile, oltrepassò Terrerosse e gli orti di Villafranca, entro in città per Porta Maqueda. Al caffè Romeres ai Quattro Canti di Campagna gli ufficiali dei reparti di guardia scherzavano e sorbivano granite enormi. Ma fu il solo segno di vita della città: le strade erano deserte, risonanti solo del passo cadenzato delle ronde che andavano passando con le bandoliere bianche incrociate sul petto. Ai lati il basso continuo dei conventi, la Badia del Monte, le Stimmate, i Crociferi, i Teatini, pachidermici, neri come la pece, immersi in un sonno che rassomigliava al nulla.
"Fra due ore ripasserò a prendervi, Padre. Buone orazioni." Ed il povero Pirrone bussò confuso alla porta del convento, mentre il coupé si allontanava per i vicoli.
Lasciata la vettura al palazzo il Principe si diresse a piedi là dove era deciso ad andare. La strada era breve, ma il quartiere malfamato. Soldati in completo equipaggiamento, cosicché si capiva subito che si erano allontanati furtivamente dai reparti bivaccanti nelle piazze, uscivano con gli occhi smerigliati dalle casette basse sui cui gracili balconi una pianta di basilico spiegava la facilità con la quale erano entrati. Giovinastri sinistri dai larghi calzoni litigavano nelle tonalità basse dei siciliani arrabbiati. Da lontano giungeva il rumore di schioppettate sruggite a sentinelle nervose. Superata questa contrada la strada costeggiò la Cala: nel vecchio porto peschereccio le barche semiputride dondolavano, con l'aspetto desolato dei cani rognosi.
"Sono un peccatore, lo so, doppiamente peccatore, dinanzi alla legge divina e dinanzi all'affetto umano di Stella. Non vi e dubbio e domani mi confesserò a padre Pirrone." Sorrise dentro di sé pensando che forse sarebbe stato superfluo, tanto sicuro doveva essere il Gesuita dei suoi trascorsi di oggi; poi lo spirito di arzigogolio riprese il sopravvento: "Pecco, è vero, ma pecco per non peccare più, per strapparmi questa spina carnale, per non esser trascinato in guai maggiori. Questo il Signore lo sa." Fu sopraffatto da un intenerimento verso sé stesso: mentalmente, piagnucolava. "Sono un pover'uomo debole," pensava mentre il passo poderoso comprimeva l'acciottolato sudicio "sono debole e non sostenuto da nessuno. Stella! Si fa presto a dire! il Signore sa se la ho amata: ci siamo sposati a vent'anni. Ma lei adesso è troppo prepotente, troppo anziana anche." Il senso di debolezza gli era passato. "Sono un uomo vigoroso ancora; e come fo ad accontentarmi di una donna che, a letto, si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio e che, dopo, nei momenti di maggiore emozione non sa dire che: 'Gesummaria!'. Quando ci siamo sposati tutto ciò mi esaltava; ma adesso... sette figli ho avuto con lei, sette; e non ho mai visto il suo ombelico. È giusto questo?" Gridava quasi, eccitato dalla sua eccentrica angoscia. "È giusto? Lo chiedo a voi tutti!" E si rivolgeva al portico della Catena. "La vera peccatrice è lei!"
La rassicurante scoperta lo confortò e bussò deciso alla porta di Mariannina.
Due ore dopo era già in coupé sulla via del ritorno insieme con padre Pirrone. Questi era emozionato: i suoi confratelli lo avevano messo a giorno della situazione politica che era molto più tesa di quanto non apparisse nella calma distaccata di villa Salina. Si temeva uno sbarco dei Piemontesi nel sud dell'isola, dalle parti di Sciacca; e le autorità avevano notato nel popolo un muto fermento: la teppa cittadina aspettava il primo segno di affievolimento del potere, voleva buttarsi al saccheggio e allo stupro. I Padri erano allarmati e tre di essi, i più vecchi, erano stati fatti partire per Napoli, col "pacchetto" del pomeriggio, recando con sé le carte della i Casa. "Il Signore ci protegga e risparmi questo Regno santissimo."
Il Principe lo ascoltava appena, immerso com'era in una serenità sazia maculata di ripugnanza. Mariannina lo aveva guardato con grossi occhi opachi di contadina, non si era rifiutata a niente, si era mostrata umile e servizievole. Una specie di Bendicò in sottanino di seta. In un attimo di particolare deliquescenza le era anche occorso di esclamare: "Principone!" Lui ne sorrideva ancora, soddisfatto. Meglio questo, certo, che i "mon chat" od i "mon singe blond" che rivelavano i momenti omologhi di Sarah, la sgualdrinella parigina che aveva frequentato tre anni fa quando per il Congresso d'Astronomia gli avevano consegnato in Sorbona una medaglia d'oro. Meglio di "mon chat" senza dubbio; molto meglio poi di "Gesummaria"; niente sacrilegio, almeno. Era una buona figliuola Mariannina: le avrebbe portato tre canne di seta ponzò, la prossima volta.
Ma che tristezza, anche: quella carne giovane troppo maneggiata, quella impudicizia rassegnata; e lui stesso, che cosa era? un porco, e niente altro. Gli ritornò in mente un verso che aveva letto per caso in una libreria di Parigi sfogliando un volume di non sapeva più chi, di uno di quei poeti che la Francia sforna e dimentica ogni settimana. Rivedeva la colonna giallo-limone degli esemplari invenduti, la pagina, una pagina dispari, e riudiva i versi che stavano li a conchiudere una poesia strampalata:
Seigneur, donnez-moi la force et le courage
de regarder mon coeur et mon corps sans dégout!
E mentre padre Pirrone continuava a occuparsi di un certo La Farina e di un certo Crispi, il "Principone" si addormentò, in una sorta di disperata euforia, cullato dal trotto dei bai sulle cui natiche grasse i lampioncini della vettura facevano oscillare la luce. Si risvegliò alla svolta dinanzi alla villa Falconeri. "Quello lì pure, che attizza la brace che che lo divorerà!"
Quando si trovò nella camera matrimoniale, il vedere la povera Stella con i capelli ben ravviati sotto la cuffietta, dormire sospirando nel grandissimo, altissimo letto di rame, lo commosse e intenerì. "Sette figli mi ha dato, ed è stata mia soltanto." Un odore di valeriana vagava per la camera, ultima vestigio della crisi isterica. "Povera Stelluccia mia" si rammaricava scalando il letto. Le ore passarono e non poteva dormire: "lo, con la mano possente mescolava nei suoi pensieri tre «lochi: quello delle carezze di Mariannina, quello dei versi francesi, quello iracondo dei roghi sui monti.
Verso l'alba però, la Principessa ebbe occasione di farsi il segno della croce.
Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
E', quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Né io... e che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don... Don... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era...
sentivo mia madre... poi nulla...
sul far della sera.
Leggi LA SERA DEL DI DI FESTA ScaricaGiacomo Leopardi
LA SERA DEL DI DI FESTA Giacomo Leopardi
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E quieta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna, e già non sai né pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme;
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne; or da' trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell'artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
De' nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.
Leggi LA SERA FIESOLANA ScaricaGabriele D'Annunzio
LA SERA FIESOLANA Gabriele D'Annunzio
Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s'attarda a l'opra lenta
su l'alta scala che s'annera
contro il fusto che s'inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe' i tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l'acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l'aura che si perde,
e su 'l grano che non è biondo ancora
e non è verde,
e su 'l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
Io ti dirò verso quali reami
d'amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l'ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s'incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perchè la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l'anima le possa amare
d'amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
Leggi O FALCE DI LUNA CALANTE ScaricaGabriele D'Annunzio
O FALCE DI LUNA CALANTE Gabriele D'Annunzio
O falce di luna calante
che brilli su l'acque deserte,
o falce d'argento, qual mèsse di sogni
ondeggia a 'l tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie
sospiri di fiori da 'l bosco
esalano a 'l mare: non canto, non grido,
non suono pe 'l vento silenzio va.
Oppresso d'amor, di piacere,
il popol de' vivi s'addorme.
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia a 'l tuo mite chiarore qua giù!
Tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti
la calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra 'l sonno
in riva di Scamandro, ma il cor mi fuggì su 'l Tirreno.
Sognai, placide cose de' miei novelli anni sognai.
Non più libri: la stanza da 'l sole di luglio affocata,
rintronata da i carri rotolanti su 'l ciottolato
de la città, slargossi: sorgeanmi intorno i miei colli,
cari selvaggi colli che il giovane april rifioría.
Scendeva per la piaggia con mormorii freschi un zampillo
pur divenendo rio: su 'l rio passeggiava mia madre
florida ancor ne gli anni, traendosi un pargolo a mano
cui per le spalle bianche splendevano i riccioli d'oro.
Andava il fanciulletto con piccolo passo di gloria,
superbo de l'amore materno, percosso nel core
da quella festa immensa che l'alma natura intonava.
Però che le campane sonavano su da 'l castello
annunziando Cristo tornante dimane a' suoi cieli;
e su le cime e al piano, per l'aure, pe' rami, per l'acque,
correa la melodia spiritale di primavera;
ed i peschi ed i meli tutti eran fior' bianchi e vermigli,
e fior' gialli e turchini ridea tutta l'erba al di sotto,
ed il trifoglio rosso vestiva i declivii de' prati,
e molli d'auree ginestre si paravano i colli,
e un'aura dolce movendo quei fiori e gli odori
veniva giú dal mare; nel mar quattro candide vele
andavano andavano cullandosi lente nel sole,
che mare e terra e cielo sfolgorante circonfondeva.
La giovine madre guardava beata nel sole.
Io guardava la madre, guardava pensoso il fratello,
questo che or giace lungi su 'l poggio d'Arno fiorito,
quella che dorme presso ne l'erma solenne Certosa;
pensoso e dubitoso s'ancora ei spirassero l'aure
o ritornassero pii del dolor mio da una plaga
ove tra note forme rivivono gli anni felici.
Passar le care imagini, disparvero lievi co 'l sonno.
Lauretta empieva intanto di gioia canora le stanze,
Bice china al telaio seguía cheta l'opra de l'ago.