LE FENICIE – GUERRE DI FAMIGLIA di Euripide Adattamento: liberamente tratto da Euripide Regia: Giuseppe Argirò Musiche: da Sakamoto, Bartòk, Allevi, Tiersen, Glass, Nyman, Piazzola, Metini, Jarrett
LE FENICIE – GUERRE DI FAMIGLIA
con Giuseppe Pambieri, Micol Pambieri, Maria Letizia Gorga
drammaturgia e regia Giuseppe Argirò
Associazione culturale Le donne di Itaca diretta da Adriana Palmisano
Composta nel 410-409 a.C., costituisce un episodio della vicenda dei Sette contro Tebe ed è sicuramente una fra le opere di Euripide meno rappresentate a causa della sua complessità. La scena è Tebe, una città assediata dalla guerra. Un gruppo di donne fenicie (il Coro delle Fenicie), dirette al santuario di Apollo a Delfi, giungono in città e diventano spettatrici, insieme al pubblico, del dramma che qui ha luogo: la lotta tra Eteocle e Polinice. I due fratelli sono i figli della colpa, perché frutto del legame incestuoso tra Edipo e Giocasta. Combattono per la supremazia e per il potere nella città di Tebe. Dallo scontro tra i due consanguinei si giungerà ad un conflitto universale che deflagrerà in tutta la Grecia. La sola testimone rimasta alla fine di questa saga familiare sarà Antigone, che resterà – come evocato dalla stessa etimologia del suo nome – l’essenza del conflitto, l’ “antagonismo” ribelle verso il nuovo padrone della città, Creonte. In Antigone la radicalità delle passioni si trasformerà in resistenza alla storia, alla ragione di stato e si concretizzerà nella richiesta di uguale dignità, attraverso la sepoltura di Eteocle e Polinice, morti nello scontro fratricida. Il commiato di Antigone ne Le Fenicie, è chiara allusione alle vicende successive e metafora di una storia che nei secoli futuri non riuscirà che a ripetere se stessa.
Le Fenicie è la tragedia che meglio rappresenta il conflitto come necessità negativa e ineludibile. La violenza, infatti, risulta essere nella tragedia euripidea l’elemento regolatore dei rapporti umani.
L’opera mette in scena lo scontro fratricida per il potere di Eteocle e Polinice.
Nella mitologia pagana dell’universo greco, i due fratelli della stirpe di Labdaco, rappresentano il doppio di Caino e Abele del vecchio testamento. Questa perfetta simmetria tra sacro e profano sta ad indicare questo violento antagonismo come origine del mondo.
Eteocle e Polinice sono i figli della colpa perché i figli innaturali e incestuosi di Edipo e Giocasta.
Essi combattono per la supremazia e per il potere nella città di Tebe.
Dal particolare scontro tra i due consanguinei si giungerà ad un conflitto universale che deflagrerà in tutta la Grecia. Ecco quindi che il conflitto parentale diventa universale trasformandosi in guerra.
La tragedia, come genere, diventa un’occasione irrinunciabile per confrontarsi con le pulsioni più profonde e feroci degli esseri umani che hanno nel conflitto un’istanza primigenia e ancestrale. La calda umanità di quest’opera permette di rivelare, senza infingimenti e falsi moralismi, l’ossessione per il potere e il desiderio di sopraffazione dell’altro come affermazione di se.
La scrittura euripidea è così realistica ed efficace da sfuggire a qualsiasi localizzazione storica e, rinunciando all’effetto sublime ed eroico dei tragediografi precedenti, risulta moderna e sospesa in una condizione atemporale.
La vicenda di Eteocle e Polinice, di Giocasta, Edipo e Antigone, è una narrazione svincolata dalla drammaturgia greca e diviene un pretesto per analizzare teatralmente il conflitto che va oltre le ragioni parentali e i motivi biografici, per divenire occasione bellica, espansione territoriale, ambizione irragionevole, contrattazione politica. La lotta interna tra i protagonisti, non è privata ma è un fatto sociale che riguarda la polis, le città, le nazioni, il mondo, che trae la sua origine, non dall’utopia consapevole di una convivenza pacifica tra i popoli, ma da un male eterno e inestinguibile, nella sua orrenda banalità: la guerra.
La tragedia quindi, avulsa dal suo contesto storico letterario, risveglia la nostra coscienza dall’assuefazione quotidiana alla morte e alla violenza. Il dramma, la colpa, l’espiazione degli eroi greci, potrebbero essere raccontati da qualsiasi mezzo di comunicazione, infatti sono ormai diventati notizia, cronaca, atti processuali; così il mito diventa storia.
La città di Tebe è lo spazio degradato in cui si intrecciano le vite, le agnizioni, gli scontri dei personaggi. Le emozioni di Edipo e Giocasta sono le linee architettoniche di una struttura labile, fatiscente, pronta al crollo, inconsciamente disposta ad accogliere il terremoto dell’incesto, spettro e tabù di ogni tempo e di ogni civiltà.
I luoghi urbani sono quindi gli spazi dell’anima e le strade di Tebe sono i meandri oscuri della nostra interiorità. Il teatro, nelle sue infinite possibilità di rappresentazione, ha il compito di rivelare tutto questo.
Le donne, in questa tragedia, risultano contrapposte eppure solidali agli uomini, secondo la tradizione insuperata del patriarcato e matriarcato, che alimenta tutta la scrittura dell’Atene del V secolo. Alla presunta potenza virile si contrappone la pietà e la consapevolezza dolorosa dell’esistenza del mondo femminile che deve ammettere la sua esclusione dalla cultura dominante e dai sistemi di potere, scegliendo il suicidio o l’esilio.
La sola testimone rimasta alla fine di questa saga familiare, simile alla serialità moderna, sarà infatti Antigone che rimarrà, come testimonia l’etimologia del suo nome, l’essenza del conflitto che si realizzerà con il nuovo padrone della città, Creonte. In Antigone la radicalizzazione delle passioni si trasformerà in resistenza alla storia, alla ragione di stato e si concretizzerà nella richiesta di uguale dignità, attraverso la sepoltura di Eteocle e Polinice, morti in uno scontro fratricida. Il commiato di Antigone ne “Le Fenicie”, è chiaramente allusivo alle vicende successive e metafora di una storia che nei secoli futuri non riuscirà se non a ripetere se stessa.
Il teatro del mito diventa quindi teatro della storia, ospitando le istanze di un dibattito sociale profondamente attuale e la scena appare come il cuore democratico di ogni paese civile. Un cuore pulsante, vivo di cui non si può fare a meno per vivere, pensare e affermare un’idea positiva di sviluppo volta alla crescita etica e morale dell’uomo.
La dolente umanità dell’opera induce a una riflessione lucida ma ugualmente emotiva e commossa sulla guerra e sulla sua inutilità.
"DINNER PARTY" - CENA A SORPRESA di Neil Simon Adattamento: Giovanni Lombardo Radice Regia: Giovanni Lombardo Radice Costumi: Silvia Morucci Scene: Nicola Rubertelli Realizzazione costumi: Annamode Disegno luci: Franco Ferrari Musiche: Luciano Francisci
Giuseppe Pambieri
Giancarlo Zanetti
Benedetta Buccellato
Fiorenza Marchegiani
Michele De Marchi
Simona Celi
Commedia inedita per l'Italia, The dinner party (Cena a sorpresa) è stato uno dei maggiori successi degli ultimi anni a New York.
Una tessitura drammaturgica che si snocciola come un meccanismo ad orologeria in cui la fine non è mai quella che si presume possa essere.
Neil Simon ha in questa commedia un gusto diverso sia nella scrittura che nell'evoluzione della storia. Si ride, di quel modo intelligente ed elegante che lui conosce bene ma, allo stesso tempo, si hanno spunti interessante di riflessione che fioriscono proprio in quei momenti in cui l‘autore sembra spingere alla facile conclusione.
La virata porta proprio la commedia verso quei piccoli drammi quotidiani che tutti conosciamo molto bene. La quota dei sentimenti è sempre alta: Neil Simon, che certamente è tra gli autori più amati e rappresentati, costruisce in questo testo la risata e il dramma con la medesima intensità abituando il pubblico ad una gamma molto vasta di sentimenti che si susseguono.
Sei personaggi, tre uomini e tre donne. Caratteri rubati alla quotidianità, vicende immediatamente riconoscibili. Un' elegante cena al buio, anzi 'a sorpresa' nella quale nessuno sa che incontrerà il suo ex, diventa la soluzione a tre storie finite male. Ma non sempre l‘epilogo è quello del ‘vissero felici e contenti‘ e la vera sorpresa della cena forse è quella che l'autore dà al pubblico…
L'idea di portare in Italia forse l'unico testo teatrale di Simon ancora inedito e mai portato in scena ci è sembrata, oltre per il valore del testo in sé, molto interessante sotto l‘aspetto strettamente culturale: una nuova scrittura e una nuova analisi intorno ad uno degli autori più importanti del secolo.
Puccini la vita l'arte gli amori di Giovanni De Feudis Regia: Giovanni De Feudis Scene: Maurizio Orefice Realizzazione costumi: Sartoria Sorelle Ferroni Musiche: Giacomo Puccini
Orchestra Sinfonica Pucciniana diretta da:
M° Vincenzo Anselmi
Con:
Giuseppe Pambieri nel ruolo di Giacomo Puccini Maria Cristina Blu nel ruolo di Elsa Simona Frenna nel ruolo di Rose Annalisa Carbonara nel ruolo di Mimì Antonella Gioine nel ruolo di Tosca Ivana Padovano nel ruolo di Cio Cio San Raffaele Pastore nei ruoli di Cavaradissi/Calaf Vito Tralli nel ruolo di Rodolfo
“Puccini – la vita, l’arte, gli amori” è un omaggio al grande compositore, alle sue doti drammatiche, all’intensa e sensibile vena teatrale e alle sue opere immortali che ci restituiscono ancora oggi un teatro modernissimo. Grande anticipatore della sensibilità cinematografica. Profondissimo conoscitore dell’animo umano. Indefesso fabbricatore di eterne eroine. Inesauribile inventore di sovrumane melodie drammatiche. Eppure, potrà sembrare paradossale, ma per uno degli strani casi di cui la storia è piena, la figura di Giacomo Puccini è rimasta a lungo oscurata dalla sua popolarità. La fortuna di cui gode, e ha sempre goduto, nei cartelloni dei principali teatri d’opera di tutto il mondo ha rappresentato, infatti, per lui il più grande ostacolo ad un apprezzamento più profondo delle sue qualità artistiche e della reale portata culturale della sua produzione. Troppo spesso, scambiato frettolosamente il suo successo per una presunta superficialità, Puccini è stato guardato con sospetto da superciliosi circoli accademici, come per esempio il “Master Musicians”, che in lui vedevano il semplice cantore di un’Italietta piccolo-borghese e provinciale.
“Il fondamentale obiettivo che mi son posto” – riferisce il regista De Feudis - “sia nella ricerca che nella stesura di “Puccini - la vita, l’arte, gli amori” è stato innanzitutto quello di restituire un’immagine a tutto tondo del percorso artistico, umano e sentimentale del grande compositore lucchese, cercando di fondere il meglio delle sue opere al racconto della sua vicenda biografica: spero così di essere riuscito a tracciare un profilo abbastanza completo di un genio la cui musica ha parlato in modo diretto al pubblico fin dal momento in cui è stata composta, e continua tuttora a farlo”.
TO BE OR NOT TO BE di dal soggetto di Melchior Lengyel Regia: Antonio Calenda
TO BE OR NOT TO BE di dal soggetto di Melchior Lengyel Adattamento: Maria Letizia Compatangelo Regia: Antonio Calenda Musiche: canzoni di Nicola Piovani - musiche di Pasquale Filastò
Giuseppe Pambieri, Daniela Mazzucato
e (in o. a.) Umberto Bortolani, Fulvio Falzarano
e con (in o. a.) Stefano Bembi, Francesco Benedetto, Giulia Beraldo, Gianfranco Candia, Paolo Cartago, Daniela Di Bitonto, Carlo Ferreri, Francesco Gusmitta, Luciano Pasini, Raffaele Sinkovic, Jacopo Venturiero, Jacopo Zucca
To be or not to be: la stagione 2008–2009 dello Stabile regionale si inaugura nel segno di uno dei versi più famosi della storia del teatro. Un titolo molto indovinato, per una piéce che – come sottolinea Antonio Calenda, che ne cura la regia – offre una bella e struggente elegia del mondo dello spettacolo, un leggero e dolce apologo su quanto nella vita sia necessaria la poesia. To be or not to be giunge al palcoscenico nell’adattamento di Maria Letizia Compatangelo che ha lavorato sulla base del soggetto originale dell’autore ungherese Melchior Lengyel, divenuto nel 1942 un film di successo del grande Ernst Lubitsch (Vogliamo Vivere, il titolo della versione italiana), ripreso quarant’anni dopo da un altro genio della comicità, Mel Brooks.
La parabola teatrale italiana dello spettacolo inizia invece proprio da Trieste, con il progetto firmato dallo Stabile e – una curiosità – quasi contemporaneamente debutta a Broadway, diretto da Casey Nicholaw, che - fra le altre cose - ha curato le coreografie del famoso musical Spamalot. Antonio Calenda ha selezionato artisti di alta qualità per la nuova messinscena: i ruoli principali saranno sostenuti da due attori molto amati: il bravissimo Giuseppe Pambieri – che interpreta in modo brillante l’esuberanza e le fragilità artistiche di Ian Tura – e l’affascinante Daniela Mazzucato che presta duttilità e talento a Maria Tura e la sua splendida voce alle canzoni dello spettacolo, firmate dal grande Nicola Piovani.
Ian e Maria sono i capocomici di una compagnia teatrale di Varsavia, intenti a provare uno testo non troppo velatamente antinazista. È il 1939 e gli eventi precipitano: Varsavia è asservita a Hitler e la censura impedisce la messinscena. Gli attori ripiegano su Amleto, ruolo che è il pallino di Ian ma che diventa presto il suo incubo: durante il lungo monologo di “To be or not to be” infatti Maria si fa raggiungere in camerino da uno spasimante… Proprio grazie a lui, giovane ufficiale dell’aeronautica, il mondo evanescente degli attori diviene fondamentale per giocare una serie di tiri contro gli oppressori ed eliminare un importante capo nazista. Commedia piena d’ironia e garbo, di battute irresistibili e intuizioni intelligenti che si susseguono a ritmo vorticoso, To be or not to be gioca con il continuo riflettersi della realtà della vita nella finzione del teatro e scrive, in termini leggeri e surreali, una dura satira contro il nazismo.
TODO MODO di Leonardo Sciascia Regia: Fabrizio Catalano Sciascia e Maurizio Marchetti
TODO MODO di Leonardo Sciascia Adattamento: Matteo Collura Regia: Fabrizio Catalano Sciascia e Maurizio Marchetti Costumi: Francesca Cannavò Scene: Francesco Scandale Realizzazione costumi: Francesca Cannavò Disegno luci: Gianni Grasso Musiche: Germano Mazzocchetti
Apas Produzioni
E. A. R. Teatro Di Messina - A.T.D.C. Paolo Ferrari, Giuseppe Pambieri
TODO MODO
di Leonardo Sciascia
con: Maurizio Marchetti
e Paola Lorenzoni, Antonio Alveario, Giuseppe Calcagno,Maurizio Puglisi, Antonio Locorriere, Andrea Florio
Todo modo è la denuncia impietosa dei mali che affliggono la società italiana: la corruzione, la schizofrenia del potere e, ancora di più, una dilagante, inarrestabile mancanza di idee e principi. Un romanzo dalla materia incandescente e dal ritmo incalzante, scritto da Leonardo Sciascia nel 1974 come un poliziesco “al contrario” nel quale la società, già imperfetta e malata, contiene il seme della colpevolezza.
Lo spettacolo ha l’andamento e lo stile di un thriller che certamente prende avvio dalla letteratura, ma evoca anche l’impegno civile del cinema di Elio Petri per trasfigurarsi, in scena, come l’opera dell’ingiustizia, in un clima dove il colpevole potrebbe essere chiunque.
Nell’eremo di Zafer si riuniscono ogni anno, per i tradizionali esercizi spirituali, importanti uomini politici, industriali, banchieri ed esponenti del clero, ma alcuni di loro scompaiono misteriosamente. Da qui parte una inchiesta serrata ed inquietante che avrà un unico risultato: nessuna vittima, tutti colpevoli. Un sottile gioco di scena tratteggia così il ritratto grottesco di una casta che per troppa ingordigia si precipita verso l’autodistruzione. Due le figure emblematiche della vicenda, rivali e antagoniste: Don Gaetano, prelato dal carisma inquietante e demoniaco che guida gli esercizi spirituali del gruppo, e Diego Rogas, pittore ed io-narrante, ospite casuale dell’albergo-eremo, spinto verso Don Gaetano da un sentimento di attrazione misto a repulsa.
L'IMPRESARIO DELLE SMIRNE di Carlo Goldoni Regia: Massimo Belli Costumi: Alessandro Ciammarughi Scene: Alessandro Ciammarughi Musiche: Antonio Di Pofi
Giuseppe Pambieri (Alì), Tony Allotta (Carluccio), Maria Letizia Gorga (Lucrezia), Tiziana Bagatella (Tognina), Sebastiano Colla (Pasqualino), Maximilian Nisi (Il Conte Lasca), Antonio Fermi (Maccario), Bruno Viola (Nibio), Azaiez Riahi (Servitore).
Nell’impietoso ritratto che Goldoni compie dell’ambiente degli artisti di teatro - “di cui posso parlarne per fondamento”, come lui stesso dichiara ne L’autore a chi legge, prefazione de L’IMPRESARIO DELLE SMIRNE - vi è una lucida disamina di un mondo in corsa verso il proprio annientamento, inconsapevole o indifferente nel muovere passi incerti tra le ruine che sta per produrre la Rivoluzione Francese.
Il pretesto è l’analisi della vita di un gruppo di comici spiantati e affamati “spiati” nella vita come dietro le quinte per svelarne le verità e metterne a nudo i momenti privati. Distratti dalle loro piccole beghe e rivalità, occupati a farsi la guerra per far carriera, invidiosi di una posizione nella gerarchia di palcoscenico, di un costume più o meno sfarzoso, di un privilegio in più e soprattutto di avere una paga uno più alta dell'altro, non si accorgono di essere delle piccole sciocche marionette i cui fili vengono manovrati da chi il potere veramente ce l'ha. Il cinismo di Goldoni vuole che al bieco carattere degli artisti si leghi la strategia di asservimento ai propri guadagni del Conte Lasca, protettore, manager come si direbbe oggi, abile nel “proteggere” in cambio di favori immediati.
E’ un affresco sul teatro e quindi sulla vita, se vale ancora come crediamo, l’indissolubile legame che vede nella decadenza dell’Arte la crisi di una società che non dà più nessun significato al dibattito intorno ai temi eterni dell’uomo, occupata com’è nel mestiere dell’arrivismo, della ricerca del profitto ottenuto con qualsiasi mezzo, anche con la perdita della dignità e del rispetto per se stessi.
Al di là dei significati che se ne possono trarre è certamente un corale divertissement, che restituisce il clima lezioso e libertino dell’epoca, rispettata tra l’altro dalla regia, che pone in risalto i due mondi dove si inscrive la vicenda: quello debosciato e délabré della misera locanda investita dai miasmi di un canale veneziano, e l’opulenza esotica ed inarrivabile del turco dispensatore di assurde speranze.
Il destino, rigorosamente beffardo con gli opportunisti calcolatori, darà appuntamento alla compagnia pronta per l’imbarco al molo stabilito, tradendone tutte le aspettative: il turco Alì, stordito dalle lotte intestine, dai livori, e dalle presunte truffe, li abbandonerà soli senza soldi e senza futuro, nell’atmosfera tragicomica di un’ ultima disperata gelida alba.
Di seguito alcune immagini tratte dalle recite dell'11 luglio 2008 a Borgio Verezzi (SV) e del 7 agosto 2008 a Maglie (LE).
LA COMMEDIA DEGLI ERRORI di William Shakespeare Adattamento: Luca Simonelli Regia: Giuseppe Pambieri Costumi: Lia Tanzi Scene: Kim Marie Brittain Realizzazione costumi: Eleonora Gismondi Disegno luci: Umile Vainieri Musiche: Paolo Casa
Interpreti:
Giuseppe Pambieri (Antifolo di Siracusa, Antifolo di Efeso), Micol Pambieri (Adriana), Nino Bignamini (Dromio di Siracusa, Dromio di Efeso), Carlo Altomonte (Egemone, padre di Antifolo di Siracusa e di Efeso), Maurizio Annesi (Duca di Efeso), Marco Paoli (Angelo, gioielliere), Vera Castagna (Luciana, sorella di Adriana), Simonetta Potolicchio (Cortigiana), Luisa Nisco (Badessa), Orazio Stracuzzi (Prete – Boia – Strozzino), Simone Pieroni (Guardia)
Ispirato al modello plautino dei menecmi, la Commedia si colloca come una delle prime commedie scritte da Shakespeare. Lontano dall’idea di ricalcare il plot originale, l’autore amplifica e raddoppia il doppio dei due gemelli. Ai due Antifoli si affiancano, infatti, in una giornata di progressivi e folli equivoci, due servi, anch’essi gemelli e non distinguibili, che accrescono la comicità e la confusione.
L’involontaria comicità degli scambi di persone, delle incredibili e quasi astratte situazioni in cui le due coppie di gemelli si vengono a trovare, si innesta in una Efeso magica e surreale dove le rincorse dei personaggi, che non trovano mai una logica alle loro azioni e alle loro spiegazioni, diventano metaforicamente, incomunicabilità angosciosa e malinconica. Nella storia delle recite della "Comed" i due Antifoli e i due Dromi sono sempre stati interpretati da attori somiglianti.
Nel nostro spettacolo gli Antifoli saranno interpretati da un solo attore e così i due servi gemelli; questo al fine di rendere ancora più rilevanti ma soprattutto comicissimi i loro scambi di persona.
Perfettamente uguali, ma diversi nei rispettivi caratteri: Antifolo di Siracusa è intellettuale, colto, un po’ sussiegoso, direi quasi dominato da un aplomb inglese, schivo ma allo stesso tempo assetato di nuove esperienze. Antifolo di Efeso è un solido mercante con le gambe ben piantate per terra, passionale e iracondo.
I due servi fanno il verso ai rispettivi padroni imitandone i vezzi. La moglie di Antifolo di Efeso, Adriana, ironica e sprezzante, combatte contro i pregiudizi del maschilismo dominante che la sorella Luciana difende come ineluttabile. L’ira ossessiva di Adriana verso Antifolo si scambia con l’infatuazione dell’altro Antifolo per la sorella.
Verrà sottolineata l’unità temporale della giornata di follie, che Shakespeare rispetta allo scrupolo. Dall’alba,con la condanna a morte di Egeone, quasi un incipit tragico, al tramonto, in cui l’agnizione finale vedrà i due gemelli confrontarsi come in un unico specchio.
Unità di tempo, sì, ma anche tempo impazzito, una frantumazione temporale che va di pari passo con l’alienante contrappunto delle reciproche incomprensioni. Sarà uno spettacolo quasi onirico, acido, ritmico, scandito da luci violente e colorate che accompagneranno in un clima di sogno l’andamento della commedia.
Tutti gli errori finiscono quando appare per la seconda volta Omelia e invita tutti nell’Abbazia, figli, marito, servi, mercanti, orafo, cortigiana, tutti coloro che non sapevano, mentre noi che sapevamo rimaniamo esclusi; ma per fortuna la grande stagione della “commedia shakesperiana” è appena cominciata e con immenso godimento per il pubblico. Giuseppe Pambieri
Di seguito alcune immagini tratte dallo spettacolo
Immagini:
2007 [estate]
ANFITRIONE di Tito Maccio Plauto Regia: Giuseppe Pambieri
ANFITRIONE di Tito Maccio Plauto Adattamento: Luca Simonelli e Giuseppe Pambieri Regia: Giuseppe Pambieri Costumi: Lia Tanzi Scene: Claudio Ghidotti Musiche: Paolo Casa
Interpreti:
Giuseppe Pambieri, Lia Tanzi, Nino Bignamini, Marco Prosperini, Simonetta Potolicchio, Dino Spinella.
Thomas Mann l’ha definita la più bella commedia dell’umanità.
Certo è che da 2000 anni l’Anfitrione di Plauto sparge la sua luce su teatro e letteratura dando lo spunto per rifacimenti eclatanti. Ci prova Molière avvolgendo la vicenda in un contesto più elegante e neoclassico. Ci prova Kleist ambientandola ai suoi tempi e privilegiando il lato filosofico.
Nella vicenda di Giove che, per generare Eracle assume le sembianze di Anfitrione eroico generale che sta tornando vittorioso dalla guerra contro i Teleboi e con l’aiuto di Mercurio assumerà le sembianze del suo attendente Sosia e ne viola la moglie Alcmena da cui è follemente attratto, troviamo la caustica comicità di Plauto ma nello stesso tempo un’ombra, un’amara inquietudine che si allarga come una piovra sulla vicenda, che la fa definire dall’autore stesso una tragicommedia. Il tema del doppio, che per la prima volta appare nel panorama teatrale, sarà una costante che lungo i
secoli ci porterà fino a Pirandello. Anfitrione e Sosia ne vivono lo smarrimento fin quasi alla perdita dell’identità. E se Sosia, attraverso la vena popolaresca, riesce in qualche modo ad autoironizzarsi pur nello sgomento e quindi a trovare la strada per alleviare la perdita, per Anfitrione, invece, il peso di ciò che gli accade lo annienta, fra ire funeste e momenti di follia, fino a disintegrarne la personalità. A nulla vale la spiegazione finale di Giove e l’invito ad accettare con docile obbedienza
lo scopo di dare alla luce Eracle. Anfitrione ne rimane segnato per sempre.
Giove sarà un viveur pieno di sé, galante, lievemente distratto, snob, egoista e crudele. Mercurio ne sarà la perfetta imitazione con un guizzo in più di crudeltà. Anfitrione è l’eroe che torna vincitore e pieno di gloria che pian piano si sgretola fino a perdere la propria identità. Sosia , il classico servo plautino, qui lo vediamo come attendente del suo generale, anche lui schiacciato dall’ansia esistenziale che gli procura la visione del suo doppio. Alcmena, casalinga disperata con un marito sempre lontano e un talamo sempre vuoto, è la moglie piena di desideri ma fedelissima e per questo
incapace di accettare l’accusa di adulterio a cui si ribella con giusta violenza. Lo spettacolo terrà presente il senso consapevole del gioco, l’eleganza di questo balletto psicologico e metafisico dove il capriccio folle di un dio crudele e del suo fedele apprendista Mercurio si concretizza fino a
distruggere la famiglia di Anfitrione. La volontà beffarda di questi “numi” diventa la metafora attualissima dell’arroganza e strafottenza del potere a cui tutto è lecito, non conoscendone vergogna. Per questo lo spettacolo l’ho voluto attualizzare ambientandolo nelle atmosfere post belliche degli anni cinquanta. (Giuseppe Pambieri)
Di seguito alcune immagini tratte dallo spettacolo
IL PIACERE DELL'ONESTÀ di Luigi Pirandello Regia: Lamberto Puggelli Costumi: Giacomo Ponzio Scene: Paolo Bregni Disegno luci: Bruno Ciulli e Umile Vainieri Musiche: Filippo Del Corno
Interpreti:
Angelo Baldovino GIUSEPPE PAMBIERI, Agata Renni ALESSANDRA RAICHI, la signora Maddalena sua madre LIA TANZI, il marchese Fabio Colli ANTONIO FATTORINI, Maurizio Setti suo cugino NINO BIGNAMINI, il parroco di Santa Marta ORAZIO STRACUZZI
Note di regia:
"Il piacere dell'onestà"
UN PALCOSCENICO VUOTO
Lentamente nel buio si accendono globi luminosi. Due grandi specchi spezzati riflettono l'uomo diviso. Appaiono e si dissolvono frammenti di figurazioni novecentesche reali e oniriche, metafisiche, surreali, misteriose. Marionette grottesche, fantomatiche persone e manichini compaiono e scompaiono, spiano, osservano, indagano. Luci colorate, ribalta d'avanspettacolo. Personaggi di vaudeville si agitano per problemi ridicoli: un uomo sposato e separato “da una donna indegna” che “deve” far sposare la sua amante rimasta incinta per dare un nome al nascituro (nel 1917 non c'è il divorzio). Si presenta un nobile miserabile che “sposerà per finta una donna; ma sul serio sposa l’onestà”. Ma la Forma si riempirà, inevitabilmente, di un contenuto dirompente. E la Vita prevarrà in un apparente “lieto fine” che "non mira a strappare lacrime di commozione, giacché la rivincita del sentimento è anche e soprattutto la sconfitta della convenzione: il protagonista perde sé stesso - e l’autenticità del suo riscatto - nell’attimo stesso in cui Agata gli tende le braccia”. Pirandello parte sempre da un piccolo miserando aneddoto paradossale e grottesco che frequentemente trae dalle sue novelle. Ma, drammatizzandolo, lo immerge in un flusso misterioso e arcano, il grottesco si incrina e mostra la più fonda e nera tragedia, l’apologo didascalico si sostanzia di sangue e carne, la sofferenza umana scuote e disarma le impalcature razionali. E lo spettacolo di tipi buffi che mimano fatterelli sordidi si trasfigura in una rappresentazione dove l'uomo del novecento, l'uomo che si guarda in uno specchio lucido e franto si pone e ci pone le domande ultime. Nel nostro spettacolo una domanda celata nell'ultima pagina del testo sarà ripetuta alla fine: “Chi sono io?” All'ultimo atto i personaggi, prima chiaramente storicizzati, svestiranno gli abiti datati, saranno virtualmente nudi e aldilà di ogni residuo naturalista; la recitazione diverrà scarna e disperata; il palcoscenico vuoto. Che è la conquista di Pirandello per il teatro del nostro tempo. Lamberto Puggelli"
LA COMMEDIA DEGLI ERRORI di William Shakespeare Adattamento: Luca Simonelli Regia: Giuseppe Pambieri Costumi: Lia Tanzi Scene: Kim Marie Brittain Realizzazione costumi: Eleonora Gismondi Disegno luci: Umile Vainieri Musiche: Paolo Casa
Interpreti:
Giuseppe Pambieri (Antifolo di Siracusa, Antifolo di Efeso), Micol Pambieri (Adriana), Nino Bignamini (Dromio di Siracusa, Dromio di Efeso), Carlo Altomonte (Egemone, padre di Antifolo di Siracusa e di Efeso), Maurizio Annesi (Duca di Efeso), Marco Paoli (Angelo, gioielliere), Vera Castagna (Luciana, sorella di Adriana), Simonetta Potolicchio (Cortigiana), Luisa Nisco (Badessa), Orazio Stracuzzi (Prete – Boia – Strozzino), Simone Pieroni (Guardia)
Ispirato al modello plautino dei menecmi, la Commedia si colloca come una delle prime commedie scritte da Shakespeare. Lontano dall’idea di ricalcare il plot originale, l’autore amplifica e raddoppia il doppio dei due gemelli. Ai due Antifoli si affiancano, infatti, in una giornata di progressivi e folli equivoci, due servi, anch’essi gemelli e non distinguibili, che accrescono la comicità e la confusione.
L’involontaria comicità degli scambi di persone, delle incredibili e quasi astratte situazioni in cui le due coppie di gemelli si vengono a trovare, si innesta in una Efeso magica e surreale dove le rincorse dei personaggi, che non trovano mai una logica alle loro azioni e alle loro spiegazioni, diventano metaforicamente, incomunicabilità angosciosa e malinconica. Nella storia delle recite della "Comed" i due Antifoli e i due Dromi sono sempre stati interpretati da attori somiglianti.
Nel nostro spettacolo gli Antifoli saranno interpretati da un solo attore e così i due servi gemelli; questo al fine di rendere ancora più rilevanti ma soprattutto comicissimi i loro scambi di persona.
Perfettamente uguali, ma diversi nei rispettivi caratteri: Antifolo di Siracusa è intellettuale, colto, un po’ sussiegoso, direi quasi dominato da un aplomb inglese, schivo ma allo stesso tempo assetato di nuove esperienze. Antifolo di Efeso è un solido mercante con le gambe ben piantate per terra, passionale e iracondo.
I due servi fanno il verso ai rispettivi padroni imitandone i vezzi. La moglie di Antifolo di Efeso, Adriana, ironica e sprezzante, combatte contro i pregiudizi del maschilismo dominante che la sorella Luciana difende come ineluttabile. L’ira ossessiva di Adriana verso Antifolo si scambia con l’infatuazione dell’altro Antifolo per la sorella.
Verrà sottolineata l’unità temporale della giornata di follie, che Shakespeare rispetta allo scrupolo. Dall’alba,con la condanna a morte di Egeone, quasi un incipit tragico, al tramonto, in cui l’agnizione finale vedrà i due gemelli confrontarsi come in un unico specchio.
Unità di tempo, sì, ma anche tempo impazzito, una frantumazione temporale che va di pari passo con l’alienante contrappunto delle reciproche incomprensioni. Sarà uno spettacolo quasi onirico, acido, ritmico, scandito da luci violente e colorate che accompagneranno in un clima di sogno l’andamento della commedia.
Tutti gli errori finiscono quando appare per la seconda volta Omelia e invita tutti nell’Abbazia, figli, marito, servi, mercanti, orafo, cortigiana, tutti coloro che non sapevano, mentre noi che sapevamo rimaniamo esclusi; ma per fortuna la grande stagione della “commedia shakesperiana” è appena cominciata e con immenso godimento per il pubblico. Giuseppe Pambieri
Di seguito alcune immagini tratte dallo spettacolo
LA SCUOLA DELLE MOGLI di Moliere Adattamento: Luca Simonelli Regia: Giuseppe Pambieri Costumi: Giorgio Ricchelli Scene: Giorgio Ricchelli Disegno luci: Umile Vainieri Musiche: Paolo Casa
Interpreti:
Giuseppe Pambieri
Micol Pambieri
Massimo De Rossi
Sebastiano Colla
Carlo Ettorre
Roberta Bobbi
Maurizo Annesi
NOTE DI REGIA
Il 26 dicembre del 1662, sul palcoscenico del Palais Royal viene rappresentata la prima volta "LA SCUOLA DELLE MOGLI". E' subito un successo clamoroso.
Molière offriva un primo esempio di commedia insieme seria e comica di sicuro avvenire, costruita sullo spunto di vecchie trame farsesche ma altresì vicina a una visione di commedia intelligente.
Tutta l'opera ruota intorno a un'ossessione un'idea fissa: le corna. Pur conservando alcuni elementi tradizionali si tratta di una vera e propria commedia di costume,e dunque di uno dei primi esempi di teatro realistico,moderno e borghese.
Arnolfo, il nostro protagonista, un uomo relativamente giovane, che potrebbe all'epoca dell'antefatto vivere una vita sentimentalmente normale, prende una bambina di 4 anni,la rinchiude in un convento, la fa educare fra quelle mura per quattordici anni, poi la libera deciso a sposarla quando quegli anni sono passati anche per lui, e ora è quello che si dice decisamente adulto. Sottopone ad Agnese un decalogo di assoluta e assurda rigidità morale,soprattutto in relazione alla sua giovane età.
La segregazione e la repressione forzata producono una situazione paradossale. Agnese è sì ingenua,innocente ma nel momento in cui incontra il primo ragazzo che passa davanti ai suoi occhi ne diventa subito la preda fragilissima.
Arnolfo all'inizio non appare veramente innamorato di Agnese:è un suo possesso, rassicurante che lo tiene in pace con se stesso. Ma appena Agnese comincia a fuggire allora Arnolfo si accorge di amarla,in un modo torbido, quasi incestuoso.
Arnolfo, ben presto si trasforma da tiranno ottuso e plagiatore dell'altrui personalità, nella vittima di un crudele contrappasso : il ruolo che ora gli compete è quello del classico "cornuto" da commedia.
Nello schema della commedia egli diventa a un certo punto l'odioso persecutore dei due giovani amanti. E nonostante questo, alla fine, proviamo una sorte di imprevedibile pietà nei suoi confronti.
Messo alla berlina e umiliato davanti a tutti viene ad assumere una maschera tragicomica che ce lo fa quasi diventare simpatico;probabilmente per la sua età ormai matura, la percezione di una vita sprecata,di una vana attesa, l'imbarazzo di fronte al ragazzo da cui Agnese è attratta e infine il fatto che la ragazza è troppo ingenuamente istintiva,troppo inesperta e presa dai propri impulsi per capire per cogliere il nodo di angoscia esistenziale che lo sconvolge.
Grande commedia, grande successo comico da quando è nata dalla mente ispirata di Molière.
Mi intriga molto la possibilità di studiarne una regia per il festival di "Borgio Verezzi" la prossima estate tanto più che nonostante la mia ormai lunga carriera non ho mai affrontato Molière. Giuseppe Pambieri
IL PIACERE DELL'ONESTÀ di Luigi Pirandello Regia: Lamberto Puggelli Costumi: Giacomo Ponzio Scene: Paolo Bregni Disegno luci: Bruno Ciulli e Umile Vainieri Musiche: Filippo Del Corno
Interpreti:
Angelo Baldovino GIUSEPPE PAMBIERI, Agata Renni ALESSANDRA RAICHI, la signora Maddalena sua madre LIA TANZI, il marchese Fabio Colli ANTONIO FATTORINI, Maurizio Setti suo cugino NINO BIGNAMINI, il parroco di Santa Marta ORAZIO STRACUZZI
Note di regia:
"Il piacere dell'onestà"
UN PALCOSCENICO VUOTO
Lentamente nel buio si accendono globi luminosi. Due grandi specchi spezzati riflettono l'uomo diviso. Appaiono e si dissolvono frammenti di figurazioni novecentesche reali e oniriche, metafisiche, surreali, misteriose. Marionette grottesche, fantomatiche persone e manichini compaiono e scompaiono, spiano, osservano, indagano. Luci colorate, ribalta d'avanspettacolo. Personaggi di vaudeville si agitano per problemi ridicoli: un uomo sposato e separato “da una donna indegna” che “deve” far sposare la sua amante rimasta incinta per dare un nome al nascituro (nel 1917 non c'è il divorzio). Si presenta un nobile miserabile che “sposerà per finta una donna; ma sul serio sposa l’onestà”. Ma la Forma si riempirà, inevitabilmente, di un contenuto dirompente. E la Vita prevarrà in un apparente “lieto fine” che "non mira a strappare lacrime di commozione, giacché la rivincita del sentimento è anche e soprattutto la sconfitta della convenzione: il protagonista perde sé stesso - e l’autenticità del suo riscatto - nell’attimo stesso in cui Agata gli tende le braccia”. Pirandello parte sempre da un piccolo miserando aneddoto paradossale e grottesco che frequentemente trae dalle sue novelle. Ma, drammatizzandolo, lo immerge in un flusso misterioso e arcano, il grottesco si incrina e mostra la più fonda e nera tragedia, l’apologo didascalico si sostanzia di sangue e carne, la sofferenza umana scuote e disarma le impalcature razionali. E lo spettacolo di tipi buffi che mimano fatterelli sordidi si trasfigura in una rappresentazione dove l'uomo del novecento, l'uomo che si guarda in uno specchio lucido e franto si pone e ci pone le domande ultime. Nel nostro spettacolo una domanda celata nell'ultima pagina del testo sarà ripetuta alla fine: “Chi sono io?” All'ultimo atto i personaggi, prima chiaramente storicizzati, svestiranno gli abiti datati, saranno virtualmente nudi e aldilà di ogni residuo naturalista; la recitazione diverrà scarna e disperata; il palcoscenico vuoto. Che è la conquista di Pirandello per il teatro del nostro tempo. Lamberto Puggelli"
LA COMMEDIA DEGLI ERRORI di William Shakespeare Adattamento: Luca Simonelli Regia: Giuseppe Pambieri Costumi: Lia Tanzi Scene: Kim Marie Brittain Realizzazione costumi: Eleonora Gismondi Disegno luci: Umile Vainieri Musiche: Paolo Casa
Interpreti:
Giuseppe Pambieri (Antifolo di Siracusa, Antifolo di Efeso), Micol Pambieri (Adriana), Nino Bignamini (Dromio di Siracusa, Dromio di Efeso), Carlo Altomonte (Egemone, padre di Antifolo di Siracusa e di Efeso), Maurizio Annesi (Duca di Efeso), Marco Paoli (Angelo, gioielliere), Vera Castagna (Luciana, sorella di Adriana), Simonetta Potolicchio (Cortigiana), Luisa Nisco (Badessa), Orazio Stracuzzi (Prete – Boia – Strozzino), Simone Pieroni (Guardia)
Ispirato al modello plautino dei menecmi, la Commedia si colloca come una delle prime commedie scritte da Shakespeare. Lontano dall’idea di ricalcare il plot originale, l’autore amplifica e raddoppia il doppio dei due gemelli. Ai due Antifoli si affiancano, infatti, in una giornata di progressivi e folli equivoci, due servi, anch’essi gemelli e non distinguibili, che accrescono la comicità e la confusione.
L’involontaria comicità degli scambi di persone, delle incredibili e quasi astratte situazioni in cui le due coppie di gemelli si vengono a trovare, si innesta in una Efeso magica e surreale dove le rincorse dei personaggi, che non trovano mai una logica alle loro azioni e alle loro spiegazioni, diventano metaforicamente, incomunicabilità angosciosa e malinconica. Nella storia delle recite della "Comed" i due Antifoli e i due Dromi sono sempre stati interpretati da attori somiglianti.
Nel nostro spettacolo gli Antifoli saranno interpretati da un solo attore e così i due servi gemelli; questo al fine di rendere ancora più rilevanti ma soprattutto comicissimi i loro scambi di persona.
Perfettamente uguali, ma diversi nei rispettivi caratteri: Antifolo di Siracusa è intellettuale, colto, un po’ sussiegoso, direi quasi dominato da un aplomb inglese, schivo ma allo stesso tempo assetato di nuove esperienze. Antifolo di Efeso è un solido mercante con le gambe ben piantate per terra, passionale e iracondo.
I due servi fanno il verso ai rispettivi padroni imitandone i vezzi. La moglie di Antifolo di Efeso, Adriana, ironica e sprezzante, combatte contro i pregiudizi del maschilismo dominante che la sorella Luciana difende come ineluttabile. L’ira ossessiva di Adriana verso Antifolo si scambia con l’infatuazione dell’altro Antifolo per la sorella.
Verrà sottolineata l’unità temporale della giornata di follie, che Shakespeare rispetta allo scrupolo. Dall’alba,con la condanna a morte di Egeone, quasi un incipit tragico, al tramonto, in cui l’agnizione finale vedrà i due gemelli confrontarsi come in un unico specchio.
Unità di tempo, sì, ma anche tempo impazzito, una frantumazione temporale che va di pari passo con l’alienante contrappunto delle reciproche incomprensioni. Sarà uno spettacolo quasi onirico, acido, ritmico, scandito da luci violente e colorate che accompagneranno in un clima di sogno l’andamento della commedia.
Tutti gli errori finiscono quando appare per la seconda volta Omelia e invita tutti nell’Abbazia, figli, marito, servi, mercanti, orafo, cortigiana, tutti coloro che non sapevano, mentre noi che sapevamo rimaniamo esclusi; ma per fortuna la grande stagione della “commedia shakesperiana” è appena cominciata e con immenso godimento per il pubblico. Giuseppe Pambieri
Di seguito alcune immagini tratte dallo spettacolo
IL PIACERE DELL'ONESTÀ di Luigi Pirandello Regia: Lamberto Puggelli Costumi: Giacomo Ponzio Scene: Paolo Bregni Disegno luci: Bruno Ciulli e Umile Vainieri Musiche: Filippo Del Corno
Interpreti:
Angelo Baldovino GIUSEPPE PAMBIERI, Agata Renni ALESSANDRA RAICHI, la signora Maddalena sua madre LIA TANZI, il marchese Fabio Colli ANTONIO FATTORINI, Maurizio Setti suo cugino NINO BIGNAMINI, il parroco di Santa Marta ORAZIO STRACUZZI
Note di regia:
"Il piacere dell'onestà"
UN PALCOSCENICO VUOTO
Lentamente nel buio si accendono globi luminosi. Due grandi specchi spezzati riflettono l'uomo diviso. Appaiono e si dissolvono frammenti di figurazioni novecentesche reali e oniriche, metafisiche, surreali, misteriose. Marionette grottesche, fantomatiche persone e manichini compaiono e scompaiono, spiano, osservano, indagano. Luci colorate, ribalta d'avanspettacolo. Personaggi di vaudeville si agitano per problemi ridicoli: un uomo sposato e separato “da una donna indegna” che “deve” far sposare la sua amante rimasta incinta per dare un nome al nascituro (nel 1917 non c'è il divorzio). Si presenta un nobile miserabile che “sposerà per finta una donna; ma sul serio sposa l’onestà”. Ma la Forma si riempirà, inevitabilmente, di un contenuto dirompente. E la Vita prevarrà in un apparente “lieto fine” che "non mira a strappare lacrime di commozione, giacché la rivincita del sentimento è anche e soprattutto la sconfitta della convenzione: il protagonista perde sé stesso - e l’autenticità del suo riscatto - nell’attimo stesso in cui Agata gli tende le braccia”. Pirandello parte sempre da un piccolo miserando aneddoto paradossale e grottesco che frequentemente trae dalle sue novelle. Ma, drammatizzandolo, lo immerge in un flusso misterioso e arcano, il grottesco si incrina e mostra la più fonda e nera tragedia, l’apologo didascalico si sostanzia di sangue e carne, la sofferenza umana scuote e disarma le impalcature razionali. E lo spettacolo di tipi buffi che mimano fatterelli sordidi si trasfigura in una rappresentazione dove l'uomo del novecento, l'uomo che si guarda in uno specchio lucido e franto si pone e ci pone le domande ultime. Nel nostro spettacolo una domanda celata nell'ultima pagina del testo sarà ripetuta alla fine: “Chi sono io?” All'ultimo atto i personaggi, prima chiaramente storicizzati, svestiranno gli abiti datati, saranno virtualmente nudi e aldilà di ogni residuo naturalista; la recitazione diverrà scarna e disperata; il palcoscenico vuoto. Che è la conquista di Pirandello per il teatro del nostro tempo. Lamberto Puggelli"
Immagini:
2004 [estate]
ALCESTI di Euripide Regia: Walter Pagliaro
2004 [estate]
SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE di William Shakespeare Regia: Renato Giordano
2003/2004
CARO BUGIARDO di Jerome Kilty Regia: Giuseppe Pambieri
2003/2004
IL FU MATTIA PASCAL di Luigi Pirandello Regia: Piero Maccarinelli
2002/2003
IL FU MATTIA PASCAL di Luigi Pirandello Regia: Piero Maccarinelli
2002/2003
VITE PRIVATE di Noel Coward Regia: G. Emiliani
2002 [estate]
ANTIGONE di Sofocle Regia: Alberto Gagnarli
2002 [estate]
IFIGENIA IN AULIDE di Euripide Regia: Piero Maccarinelli
2002 [aprile]
DOPPIO GIOCO (Casanova e da Ponte a Dux) di Renato Giordano Regia: Renato Giordano
2001/2002
IL FU MATTIA PASCAL di Luigi Pirandello Regia: Piero Maccarinelli
2001 [estate]
EDIPO RE di Sofocle Regia: Walter Manfrè
2001
PSEUDOLUS (Il riscatto di Fenicia) di Plauto Regia: Walter Manfré
2000/2001
IL COSTRUTTORE SOLNESS di Henrik Ibsen Regia: Beppe Navello
2000 [gennaio]
IO DISPERATAMENTE AMO…. ED INDARNO di Mirra di V. Alfieri Regia: M. Scaglione
2000
UCCELLI di Aristofane Regia: Giuseppe Pambieri
1999/2000
MATERIALI PER UNA TRAGEDIA TEDESCA di Antonio Tarantino Regia: Cherif
1999 [estate]
GLI ULTIMI GIORNI DI PESCARA di Gianmarco Montesano Regia: Walter Manfrè
1998/1999
PALLOTTOLE SU BROADWAY di W. Allen Regia: E. Maria Lamanna
1998 [settembre]
LA CASA DEI VALZER di Giordano Raggi Regia: E.M. Lamanna
1997/1998
L'UOMO LA BESTIA E LA VIRTU' di Luigi Pirandello Regia: G. Emiliani
1996/1997
HAREM di Alberto Bassetti Regia: Giorgio Albertazzi
1996 [estate]
IL MERCANTE DI VENEZIA di William Shakespeare Regia: Antonio Syxty
1996
DIALOGHI CON LEUCO’ di Cesare Pavese Regia: Cherif
1995
IL GIRIFALCO DELL'HAREM di Alberto Bassetti Regia: Giorgio Albertazzi
1994 [estate]
MOLTO RUMORE PER NULLA di William Shakespeare Regia: Antonio Syxty
1994
LA CENA DEI CRETINI di Francis Veber Regia: F. Crivelli
1994
TRE SULL'ALTALENA di G. Lunari Regia: S. Piccardi
1994
VENEZIA SALVA di Waill Regia: L. Ronconi
1993
ENRICO V di William Shakespeare Regia: G. De Monticelli
1993
LA PUTTA ONORATA di Carlo Goldoni Regia: Giuseppe Pambieri
1992/1993
BECKETT E IL SUO RE di Jean Anouilh
1992/1993
L'INQUILINA DEL PIANO DI SOPRA di Pierre Chesnot Regia: G. De Bosio
1992
TIESTE di Seneca Regia: Walter Pagliaro
1991/1992
IL DIARIO DI ANNA FRANK di Frances Goodrich ed Albert Hackett Regia: G. De Bosio
1991
EDIPO RE di Lucio Anneo Seneca Regia: Giuseppe Pambieri
1990/1991
ROUMORS di N. Simon Regia: G. De Bosio
1990
LA DUPLICE INCOSTANZA di P. De Marivaux Regia: G. De Monticelli
199/2000
IL COSTRUTTORE SOLNESS di Henrik Ibsen Regia: Beppe Navello
1988/1989
GLI INNAMORATI di Carlo Goldoni Regia: Giuseppe Pambieri
1988/1989
IL GUARDIANO di Harold Pinter Regia: Guido De Monticelli
1988/1989
MARDI 14 RIEN (dagli atti del processo a Luigi XVI) di P. Buzzi Baroni Regia: F. Gervasio
1987/1988
IL MATRIMONIO DI FIGARO di Pierre A.C. de Beaumarchais Regia: G. Cobelli
1987/1988
SOGNI PROIBITI DI UNA FANCIULLA IN FIORE - LA BELLA E LA BESTIA di Luigi Lunari da Jean Cocteau Regia: L. Puggelli
1986/1987
CAVALLERIA RUSTICANA di Giovanni Verga Regia: E. Coltorti
1986 [estate]
PERICLE PRINCIPE DI TIRO di William Shakespeare Regia: Gino Zampieri
1986
IL SEDUTTORE di Diego Fabbri Regia: Davide Montemurri
1985/1986
MA NON È UNA COSA SERIA di Luigi Pirandello Regia: G. Lunari
1985
I MENECMI di Plauto Regia: A. Zucchi
1984
FILOTTETE di Sofocle Regia: Walter Pagliaro
1983
IL BELL'APOLLO di M. Praga Regia: Lamberto Puggelli
1983
LA DAME DE CHEZ MAXIME'S di Feydeau Regia: T. Pulci
1982
I DUE GEMELLI VENEZIANI di Carlo Goldoni
1981 [estate]
LA BISBETICA DOMATA di William Shakespeare Regia: Marco Parodi
1980 [estate]
ALCESTI, tratto da Euripide di Bendini Regia: A. Gagnarli
1979/1980
IL DIAVOLO PETER di S. Cappelli
1977/1978
IL SEDUTTORE di Diego Fabbri Regia: F. Enriquez
1977
LA MANDRAGOLA di N. Machiavelli Regia: R. Guicciardini
1977
RE LEAR di William Shakespeare Regia: Giorgio Strehler
1976
LA CITTÀ MORTA di Gabriele D'Annunzio Regia: Franco Zeffirelli
1976
SIGISMONDO di Festa Campanile
1972/1973
RE LEAR di William Shakespeare Regia: Giorgio Strehler
1970 [autunno]
GIOCO DI RAGAZZI di Robert Marasco Regia: E. M. Salerno
1970
L'IPPOLITO di Euripide Regia: F. Enriquez
1970
LA DAME DE CHEZ MAXIME di Georges Feydeau Regia: F. Enriquez
1969
LA SPADA DI DAMOCLE di N. Hikmet
1968
DISCORSO SULLA LETTERA A UNA PROFESSORESSA DELLA SCUOLA DI BARBIANA E LA RIVOLTA DEGLI STUDENTI di Don Lorenzo Milani Regia: Franco Enriquez
1967
LE MOSCHE di Jean Paul Sartre Regia: F. Enriquez
1966/1967
ARLECCHINO SERVITORE DI DUE PADRONI di Carlo Goldoni Regia: Giorgio Strehler
1965
IL GIOCO DEI POTENTI da Enrico VI di William Shakespeare Regia: G. Strehler