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23/07/2010
ANFITRIONE
di Heinrich Von Kleist, Jean-Baptiste Poquelin Molière e Plauto
Adattamento: Luca Simonelli e Giuseppe Pambieri Regia: Giuseppe Pambieri Costumi: Lia Tanzi Disegno luci: Mattia Russo Musiche: Paolo Casa Leggi trama

Giove e Anfitrione - Giuseppe Pambieri
Alcmena - Lia Tanzi
Sosia - Nino Bignamini
Mercurio - Sebastiano Colla
Bromia - Simonetta Potolicchio
Capitano Naucrate - Fabrizio Apolloni

Thomas Mann l’ha definita la più bella commedia dell’umanità .
Questa definizione, apparentemente altisonante, trova le fondamenta dalla consapevolezza che l’Anfitrione, prima di ogni altra opera teatrale, apre il sipario sulla filosofia in teatro, che, ove non è implosa in mera teoria, ha generato capolavori teatrali da Shakespeare a Beckett; da Pinter a Bernhard. Fortunatamente questo primo manifestarsi del pensiero filosofico sulle tavole dei palcoscenici è avvenuto in un contesto drammaturgico straordinariamente concreto dove, al posto di enunciazioni astratte, si agitano personaggi vivi, vivissimi. Non è certo un caso, quindi, che da oltre duemila anni l’Anfitrione, sin dal suo primo ignoto autore greco, per passare a Plauto, a Moliere, non abbia lasciato indifferente anche Kleist, che concepisce il rifacimento dopo essersi smarrito nelle letture di Kant. Tra tutte le versioni a noi conosciute quella dell’autore di Francoforte maggiormente coglie i profondi aspetti filosofici dell’opera, senza snaturarne la sua naturale e immensa forza scenica, anzi arricchendo il testo di un altro elemento di espressività: vale a dire l’evolversi del pensiero filosofico in riferimento ad una situazione così reale e immutata nel tempo. La vicenda la conosciamo: Giove , per generare Eracle assume le sembianze di Anfitrione eroico generale che sta tornando vittorioso dalla guerra contro i Teleboi e, con l’aiuto di Mercurio, che a sua volta assumerà le sembianze del suo servo Sosia, ne viola la moglie Alcmena da cui è follemente attratto. Da una parte l’avvicendarsi degli eventi è pervaso da una comicità caustica che in certi momenti diventa addirittura surreale, ma nello stesso tempo un’ombra, un’amara inquietudine si allarga come una piovra sulla vicenda, trasformandola in una vera e propria tragicommedia. Il tema del doppio, dello straniamento da sé, che lungo i secoli cavalcheranno non solo il teatro ma la letteratura mondiale, basti pensare al “Fu mattia Pascal” o “uno, nessuno e Centomila” di Pirandello ha in Anfitrione e Sosia gli assoluti prototipi. Questo aspetto, magistralmente sottolineato da Kleist, indica anche due diversi modi di vivere la tragedia personale dei due sfortunati. Il servo Sosia vivrà lo smarrimento attraverso una amara ironia popolaresca mentre nel generale Anfitrione si percepisce una nobile battaglia interiore che dallo sgomento iniziale lo condurrà verso le paludi dello smarrimento esistenziale. L’Anfitrione di Kleist si distingue anche per l’attenzione che rivolge ad Alcmena così appassionatamente innamorata del marito e così paga di questo sentimento da ingelosire persino Giove. Per Kleist Alcmena è la Grazia, l’unico riparo tra le tempeste del pensiero di cui sono vittime gli altri; senza però sfuggire alla contraddizione che la stessa, pur così pura e così semplice, in fin dei conti è una adultera, e il fatto che ne sia inconsapevole la rende penosa e pietosamente comica. Nell’Anfitrione di Kleist tutti i personaggi, dal Generale a sua moglie, da Sosia alla serva di Alcmena sono tutti raggirati, tutti preda di divinità crudeli, e per questo tutti uniti nel loro tragicomico destino. A nulla vale la spiegazione finale di Giove e l’invito ad accettare con docile obbedienza il sacro compito di dare alla luce Eracle. Ne rimarranno segnati per sempre.


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05/08/2010 Tindari (ME)
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08/08/2010 Morgantina (EN)
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